OLTRE L’ ALGORITMO…storie, idee e futuro della scuola, nell’era dell’AI (PUNTATA 2)

Pubblicato il 01/08/2026

Scritto da Francesca De Franchi

Introduzione: Il riflesso nello specchio digitale

Vi è mai capitato di concludere una sessione di lavoro con ChatGPT scrivendo istintivamente "grazie", o di provare una sottile sensazione di essere stati "capiti" da un software dopo una conversazione fluida? Se la risposta è si, non preoccupatevi...perchè non siete soli.

Questa abitudine, apparentemente ingenua, affonda le radici in un meccanismo psicologico ancestrale: il nostro bisogno insopprimibile di connessione. Fin dalle sue origini, l’umanità ha cercato l'umano anche dove non c'era, proiettando vita e intenzionalità su divinità, oggetti e natura.

Antropomorfismo: (dal greco ἄνϑρωπος "uomo" e μορϕή "forma"), ovvero tendenza, da alcuni considerata connaturale all'uomo, ad attribuire figura umana specialmente agli oggetti della credenza religiosa. (Treccani on line)

Oggi questa tendenza si riversa prepotentemente sul codice binario.

Attenzione però : ciò che percepiamo come un interlocutore empatico è, in realtà, uno specchio digitale progettato per riflettere le nostre stesse movenze cognitive. Comprendere questa dinamica è il primo passo per non smarrire la bussola della nostra unicità.

  1. Il "Test dell'Anatra" applicato al codice

Perché l’intelligenza artificiale ci sembra così "viva"? Non è un caso, ma una precisa scelta di design. I Large Language Models (LLM) come ChatGPT, Claude o Gemini sono stati addestrati per dominare il linguaggio come nessuna macchina prima d'ora, ma soprattutto per simulare la vicinanza.

Si applica qui il celebre Test dell'Anatra:

«If it looks like a duck, swims like a duck, and quacks like a duck, then it probably is a duck»

Perché gli sviluppatori hanno scelto di presentarci l'AI attraverso interfacce che imitano alla perfezione WhatsApp o Messenger? Perché è una potentissima esca. Se una macchina scrive come un amico e risponde in una bolla di testo azzurra, il nostro cervello abbassa le difese critiche. La simulazione è pensata per superare i nostri filtri logici e farci dimenticare che, dietro quelle parole, non c'è una mente che pensa, ma un calcolo probabilistico che prevede la parola successiva.

  1. Perché è così facile "innamorarsi" di un algoritmo?

Siamo esseri profondamente vulnerabili alla ricerca di riconoscimento. L'AI sfrutta questa fragilità offrendo una relazione "senza attriti", un surrogato digitale che riempie i vuoti della solitudine contemporanea con una facilità disarmante.

Ecco perché parlare con un algoritmo può sembrare preferibile a un confronto reale:

  • Centralità assoluta: L'AI non ha esigenze proprie né sentimenti; mette al centro te, dandoti sempre ragione.
  • Disponibilità e gratuità: È sempre presente, 24 ore su 24, pronta ad ascoltare senza stancarsi.
  • Assenza di giudizio: Puoi aprirti totalmente grazie a una percezione di "pseudo-segretezza"; l'algoritmo non ti condanna mai.
  • Gratificazione immediata: Risponde all'istante, eliminando i tempi d'attesa e le complessità tipiche dei rapporti umani.

Il rischio è quello di scambiare la sottomissione di un software per empatia, sostituendo la preziosa complessità delle relazioni umane con la rassicurante semplicità di un sistema che "sa tutto" ma non sente nulla.

  1. Dall'AI che parla all'AI che "agisce": l'illusione dell'io digitale

Il confine tra conversazione e azione si sta sgretolando. Siamo passati dai bot che scrivono a modelli progettati per «fare cose per te», come Heygen, Swapify o RefaceJiggy. Qui entriamo nel territorio dell'identità frammentata.

Il processo è quasi viscerale: attraverso un training di sole due ore, guidati da una voce amichevole che vi spinge a raccontare ricordi d'infanzia, aspirazioni professionali e ideali profondi, è possibile generare un "gemello digitale". Il risultato è una replica virtuale capace di incarnare i vostri valori con una precisione sbalorditiva. Ci avviamo verso uno scenario pirandelliano: "Io, AI… e centomila". Un mondo popolato da simulacri digitali che agiscono al posto nostro, rendendo il rapporto tra realtà e finzione sempre più opaco e ambiguo.

  1. La minaccia dei Deepfake e la "ricostruzione" dell'intimità

Il termine Deepfake è un neologismo nato dalla fusione tra fake e deep learning. Non si tratta di semplici fotomontaggi, ma di una manipolazione profonda della materia prima dell'identità: volti, voci e corpi reali trasformati in falsi digitali.

La gravità di questa tecnologia emerge in pratiche come il Deepnude:

  • Violazione totale: Questi algoritmi non si limitano a sovrapporre volti, ma sono in grado di "spogliare" corpi vestiti, ricostruendo l'aspetto sottostante con un realismo agghiacciante a totale insaputa delle vittime.
  • Materia prima: Ogni immagine postata online rimane per sempre e può diventare il combustibile per queste manipolazioni, alimentando sexting, pornografia illegale e pedopornografia.

Non è solo un gioco di filtri; è una sottrazione di autodeterminazione che colpisce l'immagine stessa della persona.

  1. La responsabilità nelle scuole: oltre l'esempio di "Leila"

In ambito educativo, la consapevolezza deve farsi urgenza. Prendiamo l'esempio di Leila, un cane la cui foto è stata manipolata da ChatGPT per aggiungervi un pulcino sulla testa con un semplice comando. Se è così facile trasformare l'immagine di un animale, immaginate la facilità con cui un alunno può manipolare la foto di un docente o di un compagno per creare contenuti offensivi o degradanti.

La scuola ha il dovere di essere il presidio della cittadinanza digitale:

  • Vigilanza e Legalità: In presenza di ipotesi di reato (come la diffusione di deepfake pedopornografici o diffamatori), il Dirigente Scolastico (DS) ha l'obbligo giuridico di segnalare immediatamente il fatto alle autorità competenti (Polizia Postale o Procura).
  • Pedagogia della Privacy: Dobbiamo insegnare ai ragazzi che la tutela della propria immagine è un pilastro della libertà. L'autodeterminazione digitale inizia dalla consapevolezza di ciò che condividiamo.

Conclusione: Un futuro che parla "antico"

È un paradosso affascinante: per descrivere le tecnologie più avveniristiche del pianeta, usiamo un vocabolario millenario: intelligenza, apprendimento, allucinazione, dialogo. Queste sono metafore biologiche. Usiamo termini "antichi" perché il nostro linguaggio non possiede altri strumenti per descrivere un processo matematico che imita così bene il pensiero. Ma non dobbiamo confondere il calcolo con il sentimento.

Mentre le macchine imparano a somigliarci perfettamente nelle movenze e nei valori, la sfida etica del nostro tempo è una sola: siamo pronti a difendere la nostra unicità in un mondo popolato da centomila "io" digitali che ci imitano ma non sentono? Restare umani significa ricordare che, dietro lo specchio, non c'è un'altra anima, ma solo il riflesso del nostro bisogno di non essere soli.

Riflettiamo insieme: Siamo sicuri di riconoscere ancora la differenza tra un'intelligenza che comprende e un algoritmo che simula di comprenderci?

Fonti di approfondimento

Gli approfondimenti di questo articolo nascono dall'analisi di documenti istituzionali, materiali di formazione e studi scientifici, tra cui:

  • Treccani – voce Antropomorfismo.
  • UNESCO – Guidance for Generative AI in Education and Research.
  • Commissione Europea – European Digital Education Hub.
  • Garante per la protezione dei dati personali – ciclo divulgativo Le parole dell'AI.
  • Garante per la protezione dei dati personali – documenti su Deepfake, riconoscimento biometrico e tutela dell'identità digitale.
  • Materiali dei percorsi di formazione e aggiornamento professionale sull'Intelligenza Artificiale, la cittadinanza digitale e le nuove sfide educative.